← Scritti

Writing · 27 agosto 2026 · 1 di 4

Nessuno mi ha insegnato niente, e non era colpa loro

Scrivendo l'articolo sul metodo di memorizzazione mi è scappata una frase che sul momento mi era sembrata solo un'informazione di contesto: nessuno mi ha mai insegnato davvero come si memorizza. Non i maestri di conservatorio, non quelli con cui ho studiato dopo, alcuni dei quali erano figure di primo piano nella musica europea.

Rileggendola mi sono accorto che quella frase è il vero argomento, e che l'avevo trattata come un aneddoto.

Perché non riguarda la memorizzazione. Riguarda il fatto che quasi nessuno, in quasi nessun campo, insegna procedure. Ti mostrano cosa fare, ti correggono quando lo fai male, ti danno esempi. Ma la sequenza di passi con cui si arriva da soli al risultato — quella quasi mai. E se la chiedi, molto spesso la risposta è una descrizione del risultato, non del percorso.

Per anni ho pensato che fosse una forma di reticenza, o di pigrizia, o quel misto italiano di gelosia e di "si è sempre fatto così". Adesso credo che sia una cosa completamente diversa, e molto più interessante.

Il meccanismo l'avevo già descritto altrove

Nel primo articolo di questa serie di riflessioni ho descritto cosa succede quando suoni a memoria: una sequenza motoria già disponibile viene innescata e si svolge da sola, e tu non stai recuperando informazione. La prova è che nel momento esatto in cui ti chiedi ma la prossima com'era, ti inceppi. Non hai dimenticato: hai messo un processo lento e cosciente al posto di uno veloce e automatico.

Quel fenomeno non riguarda solo l'esecuzione al pianoforte. Riguarda qualunque cosa uno sappia fare bene.

Quando una competenza matura, i passi che la componevano smettono di essere passi. Vengono impacchettati in un gesto solo, grosso, che li contiene tutti e che parte in blocco. È esattamente ciò che rende esperto l'esperto — la velocità viene da lì, perché nessuno potrebbe fare in tempo reale quello che faceva da principiante scomponendolo.

E qui arriva la conclusione che secondo me spiega tutto:

La procedura non è nascosta, è stata compilata. E il codice compilato non si legge.

Chiedere a un maestro la sequenza dei passi è come chiedere a me, mentre suono, quale sarà la nota fra tre battute. Non è che non lo voglia dire. È che l'informazione, in quella forma, dentro di lui non esiste più. È stata riscritta in un formato che funziona benissimo per fare e malissimo per raccontare.

Quello che viene insegnato è il residuo

Se questo è vero, ne discende qualcosa di sgradevole.

Ciò che riesce a passare in un insegnamento è la parte che è rimasta verbale, cioè la parte che nessuno ha mai automatizzato. Le regole dell'armonia si insegnano perché sono rimaste parole: nomi di accordi, divieti, rivolti. Come si fa a memorizzare quaranta pagine e a ritrovarle dopo l'estate non si insegna, perché è diventato gesto in chi lo sa fare.

Detto brutalmente: non insegniamo ciò che conta di più, insegniamo ciò che è sopravvissuto in forma dicibile. E c'è una correlazione sgradevole tra le due cose, perché ciò che è rimasto verbale spesso è rimasto tale proprio perché lo si usa poco.

Da qui viene anche il paradosso che dà il titolo a questo pezzo. Più un maestro è bravo, più ha automatizzato. Più ha automatizzato, meno accesso ha a ciò che sa. Il maestro prestigioso è, strutturalmente, quello che ha meno da dirti sul come. Ha tantissimo da darti in altre forme — un modello, uno standard, uno sguardo — ma non la procedura.

Non era colpa loro. Era la loro competenza a impedirglielo.

Perché non è una questione musicale

Ho controllato questa idea contro gli altri mestieri che pratico, per vedere se reggeva fuori dal pianoforte.

Scrivendo software ho passato anni a chiedermi come facessero certe persone a vedere subito la struttura giusta di un sistema. La risposta che davano, quando gliela chiedevi, era sempre inutilizzabile: "si vede". E avevano ragione — vedevano davvero, perché avevano incontrato quel caso trecento volte e lo riconoscevano invece di derivarlo.

Nella composizione è identico. Non ho mai saputo spiegare bene perché un passaggio va tagliato. Lo sento, e se provo a giustificarlo produco una motivazione plausibile che però non è quella che ha deciso: è una ricostruzione a posteriori. Sono anni che diffido delle mie stesse spiegazioni, per questo motivo.

Ovunque abbia guardato ho trovato la stessa cosa: gli esperti sanno fare e non sanno dire. E il fatto che sia così universale mi ha convinto che non è un difetto di alcune persone, ma una proprietà della competenza in quanto tale.

Il che apre la domanda vera, che è quella dei prossimi pezzi: se il sapere esperto ha questa forma, cos'è esattamente? E se non passa dalla spiegazione, cosa fa davvero un insegnante quando insegna — e come mai, nonostante tutto, ogni tanto funziona.

CondividiCopiato